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venerdì 27 novembre 2009

Il lamento del precario

Precari. Basta lamentarsi, iniziamo a proporre!

Una critica che si può fare alla nostra generazione è che tendiamo a lamentarci di tutto senza mai proporre niente.
Siamo precari, lo sappiamo, eppure, non riusciamo a cambiare la nostra situazione. Aspettiamo che cada il governo, che un nuovo movimento politico stanzi dei fondi per i giovani, che il lavoro ci piova dal cielo o che i nostri capi decidano di assumerci a tempo indeterminato, perchè siamo troppo bravi.

Ma le cose non cambiano, anzi peggiorano continuamente, ogni legge che passa ci affossa sempre di più e noi, più che scendere in piazza qualche volta, cosa di cui non frega niente a nessuno, non siamo capaci.
Già perchè purtroppo non siamo capaci di essere solidali, questo è il vero problema del precariato in Italia. Accettiamo qualsiasi lavoro, con qualsiasi contratto perchè abbiamo la consapevolezza che rifiutando ci sarà già pronto qualcun altro a portarci via il posto, qualcuno che accetterà passivamente qualsiasi condizione, vanificando ogni tipo di protesta o dissenso...

E' l'era dell'individualismo, ognuno pensa a se stesso e chissene importa degli altri, che provano a cambiare le cose anche per noi? L'importante è andare avanti comunque, pur lamentandosi...

Perchè in Francia qualche anno fa la legge sul precariato non è passata? Perchè c'è stato un vero fronte comune, i lavoratori, gli studenti, gli operai hanno davvero bloccato il paese, combattevano uniti per un ideale, cosa che purtroppo pare manchi ai giovani italiani di oggi. Siamo divisi dalla società e dalla politica e siamo davvero incapaci di provare a cambiare una situazione che scontiamo ogni giorno sulla nostra pelle, noi, che abbiamo studiato più dei nostri capi, noi, che abbiamo le conoscenze e le competenze per far funzionare meglio le cose, noi, che abbiamo idee e progetti che nessuno ascolterà.

Se le generazioni che ci hanno preceduto hanno avuto più fortuna è perchè hanno combattuto per quello in cui credevano e sono riusciti ad ottenerlo. Si vive una volta sola e noi vivremo precariamente e individualmente, repressi, insoddisfatti e privi persino della volontà di cambiare.

Con il precariato non ci stiamo giocando solo il lavoro, ma la felicità e la vita.
Siamo proprio sicuri di non essere in grado di cambiare le cose?

venerdì 13 novembre 2009

Un esercito di 8 milioni di precari


2 milioni per le cifre ufficiali, ma se si aggiungono i vari contratti a tempo e il lavoro nero arriviamo ad 8 milioni di italiani con un lavoro instabile e un futuro ancora più grigio. Un settimo della popolazione, un esercito.

Dai 20 ai 40 anni, operai, infermieri, commesse, ingegneri, insegnanti intrappolati nella giungla dei contratti a tempo, costretti a lavorare in nero, sfruttati da una società che non offre nè diritti nè garanzie e nemmeno un futuro. Chi fa due lavori, chi è costretto a cambiare occupazione di continuo, chi lavora completamente in nero, chi aspetta un impiego per sei mesi e chi ha perso ormai anche quella speranza.

Persino le agenzie interinali, criticate sul nascere, perchè sembravano aumentare il lavoro precario e portare alla deregulation, adesso sono un miraggio per pochi, almeno lo stipendio è certo e pagato dall'agenzia e il contratto è regolato. Ma ai datori di lavoro non piace, preferiscono la flessibilità totale, che gli permetta di fruire della collaborazione dell'impiegato senza troppi vincoli.

La maternità? un sogno a cui si deve rinunciare, le donne sono costrette a scegliere tra la famiglia e un'occupazione incerta e transitoria, se poi si decide di mettere al mondo un figlio è ancora peggio, senza tutele, nè sostegni, diventa impossibile pagare le rate del mutuo, i mobili e tutto il resto, il più delle volte si è costretti a tornare a casa dei genitori.

Davanti a questi dati prende letteralmente lo sconforto. Non solo ad 8 milioni di persone colpevoli solo di essere nate nel momento sbagliato, in piena crisi economica, viene negato il diritto fondamentale del lavoro, ma anche tutto quello per cui i nostri nonni e bisnonni hanno lottato, tutele e diritti: un orario di lavoro giusto, un salario adeguato, l'assicurazione, la malattia, la maternità e la pensione.
  
L' Art. 1 della nostra costituzione dice "L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro" io direi che l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro precario.

giovedì 12 novembre 2009

Dal co.co.pro alla partita Iva: diventa imprenditore di te stesso


Non bastavano i danni dei Co.co.co e dei Co.co.pro a fare del lavoro precario in Italia non un'eccezione, ma la regola per svolgere il proprio mestiere, ora si aggiunge la beffa della partita iva.

Già, perchè la nuova tendenza del mercato del lavoro è quella di trasformare i dipendenti in imprenditori di se stessi attraverso la partita iva.

Cambiar tutto per non cambiar nulla. Infatti il lavoro, l'orario e il salario restano gli stessi, le aziende ci guadagnano risparmiando da un 25% ad un 33% e chi ci rimette? Certamente il giovane precario, costretto ad accettare la subdola manipolazione ed a perdere ogni diritto: assicurazione, pensione ed assistenza.

Grafici pubblicitari, web designer, redattori e persino segretarie sono letteralmente costretti ad accettare di diventare fornitori, vendere il proprio lavoro, come farebbe un'impresa, ma non a molte aziende, bensì ad una sola, quella da cui vengono scaricati come dipendenti.

Causa del fenomeno è certamente la crisi globale, per cui molte imprese, pur di sopravvivere sono costrette ad abbattere i costi a discapito di una generazione di trent'enni, carica di conoscenze e competenze che potrebbero, grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, dare un input nuovo al mercato e indirizzare la società verso una nuova e più felice era post-industriale.

I sogni di una generazione sono infranti, schiavizzati e paralizzati da false promesse e falsi contratti.
Non lamentiamoci della crisi economica, nè se i nostri migliori cervelli fuggono all'estero, perchè il nostro paese non è in grado di offrire altro che una vita di precarietà, a meno che non ci si spogli in televisione o si vinca un terno al lotto.

lunedì 26 ottobre 2009

La precarietà della vita

Mentre noi ci lamentiamo della mancanza di lavoro, mentre assistiamo ai soliti scandali dei nostri leader, che tra escort, transessuali e prostitute danno sfogo ai loro vizietti, mentre c'è chi festeggia la vittoria alle primarie, mentre gli italiani trepidano per la messa in onda dell'ennessimo reality-show, c'è chi lotta disperatamente per la vita.

Già anche la vita stessa è precaria se sei nato in Somalia o in Eritrea e sei costretto ad affidare tutte le tue speranze nelle mani di scafisti senza scrupoli, traghettatori infernali di anime, che lucrano sulle disgrazie umane.

E non è nemmeno detto che si raggiunga l'altra sponda. Come succede oggi ai duecento migranti, uomini, donne e bambini, che si trovano da 5 giorni in balia della mareggiata tra Malta e l'Italia, ma che nessuno vuole salvare. Per i maltesi l'imbarcazione è in acque libiche, per gli italiani in quelle maltesi e le autorità continuano a rilanciarsi la palla, senza fare nulla per evitare l'ennesima tragedia del mare.

Se si tratta di staccare la spina a chi è in coma vegetativo da vent'anni sono tutti pronti a difendere il diritto alla vita, ma se si tratta di salvare duecento persone dalla minaccia di una morte terribile, non c'è nessuno disposto a farlo.
Allora qual'è la discriminante? Il colore della pelle? Pare di sì.

La legge della vita NON è uguale per tutti. 

Alcuni hanno più diritto a vivere di altri, soprattutto se sono nati in Occidente.